giovedì 11 aprile 2013

ARTE: gli incantesimi di Ricardo Paula in una mostra a Luanda



La poliedrica Luanda non è fatta solo di pioggia e fango ma anche di arte e cultura.
Nel quadro delle sue iniziative artistiche l'Istituto culturale portoghese Camoes (Av. Portugal, 50 - Luanda), ha aperto ieri la mostra del pittore angolano di nascita, ma portoghese di discendenza, Ricardo Paula.

"Magias ou o azul do chào do céu" che si traduce più o meno con un "incantesimi o pavimento blu del cielo", questo il titolo della mostra di quadri che resterà aperta fino al 30 Aprile negli spazi espositivi dell'Istituto culturale portoghese.


Nelle sue opere, come figure che emergono dai sogno del mattino, quelli di cui rimangono sprazzi di immagini nella memoria, visioni sfumate, imprecise ma vivide nei loro colori, bambine, animali, paesaggi, donne, tutto si fonde in una nuvola di oro e celeste.

Designer di formazione, nato a Luanda nel 1964, di certo fuggito nel 1975 quando gli angolani hanno cacciato i portoghesi da secoli dominatori in Angola, Ricardo Paula è rimasto con la saudade della sua terra d'infanzia. 


Questo spaesamento, questa frattura, emerge dalle sue tele dove le bambine hanno le treccine africane ma giocano con bambole europee, le cascate di Kalandula o le colline verdi e le piante tropicali trovano una nuova vita, così rivisitate dalla memoria e dalla nostalgia. 

I verdi, i celesti, la foglia d'oro che illumina ogni sua tela lascia un senso di cose perdute e ritrovate, di memorie ricostruite, di storie passate "dagli occhi, alla testa, al cuore per finire nella mano" come lo stesso autore spiega raccontando da dove nasce la sua ispirazione.

martedì 9 aprile 2013

LUANDA: il Dia da Paz e da Chuva



Non per battere sempre dove il dente duole ma per far capire ai miei lettori la verità delle "due Angola" che con questo blog tento di raccontare, voglio pubblicare la storia del Dia da Paz e da Reconciliacao em Angola.

Occorso il 4 di Aprile scorso, il giorno della pace, cosa bellissima da festeggiare, è stato anche un giorno di pioggia, non ancora di vera e propria pioggia tropicale come quella dei giorni immediatamente successivi e in particolare del 7 novembre. 

L'acqua veniva giù a secchiate e subito si è intuita la gravità dei danni che stava provocando quando la principale arteria di collegamento con la città, la Samba, è stata chiusa per eccesso di fango.


Nonostante il mal tempo, sulla collina dove sorge la Fortaleza di Sao Miguel, ex Museo Nazionale di Storia Militare, è stato inaugurato in pompa magna il nuovo Bandeira-Monumento, un'asta di 75 metri di altezza e 25 tonnellate di peso, su una base di 2,5 metri di diametro per 200 metri cubi di cemento. La bandiera che vi sventola sopra, imponente e bellissima con i suoi colori nazionali, il rosso, il giallo e il nero, è lunga18 metri, larga 12 e pesa 40 chili. 

E' tutto giusto, celebrare il clima di pace e riconciliazione nazionale, ed è affascinante questa bandiera che si scorge da ogni angolo della città ma, sempre per non dimenticare nell'ombra l'altra faccia della realtà, fa male guardarla sventolare dalle strade disastrate dalla pioggia dei quartieri poveri di Luanda.


Lì non sono passate delegazioni presidenziali nel dia da paz e non sono state issate bandiere, non si è a dire il vero neanche inviato autocarri a succhiare le migliaia di litri di acqua nera che hanno inondato le stradine fra le baracche.


In quel giorno e in quelli successivi, non per colpa del governo e non per colpa di qualcuno in particolare, sono morti 9 bambini e circa 15 persone risultano ancora disperse.

E' anche per loro, gente che muore per una pioggia tropicale, che continuo ad avere voglia di raccontare le due facce di una stessa medaglia. 

sabato 9 marzo 2013

ART IN LUANDA: MAMPUYA COLORFULL MESSAGE




First is light blue, than is dark blue, followed by yellow, orange, red and so on going in circle from one side to another of a white canvas, never changing this sequence. No sketch before, no draft ideas, just a big white surface in which the artist, “as a small God” give birth to something unique and special: an artistic creature, one more picture. 

This is how GUILHERME MAMPUYA use to work. The canvas is on a table in a room of his house/gallery in Zango 0, a new building area in Luanda, where he is working at his last collection of pictures requested by two main local institution, a National Bank and a Governmental Office.

Guilherme Mampuya is an angolan artist very well known in the Country and abroad. He was born on the 4th of November 1974 in Huige, in North Angola.  He lives and paint in Luanda where he has his ateliér. He won the Ensa Arte Award in 2008 and in 7 years of painting he has done 15 Individual Exhibitions in Luanda, Lisbona and Bruxelles.

“I’ve been passioned about art since I was five years old. My first artistic work is a wooden sculpture of a horse. I made it in Moxico. I was drawing very well when I was in primary school, but after it my parents sent me to study law. I didn’t like it even if I became a lawer, but I always wanted to paint. For this reason I left working for the government and started to paint” said Mampuya while he was showing us his drawings. 



In his paintings Mampuya, a nearly fourty years old goodlooking guy, likes to go from abstract to figurative leaving to the observer the chance to find what is hide in the work. So suddenly a face pop up from the caos, or a traditional music instrument, or an animal or other symbols of angolan culture and traditions. Then, staring at the pictures and leaving your mind feel relaxed and free, the message hide in each picture comes out from the colours explotion and you can see  a warrior from the north regions or a lion roaring at a buffalo, a wooden traditional mask transformed through a shower of colors, an imbondeiro fruit or the Rehina Nzhinga profile.



Today Mampuya is a smiling happy person with a nice family and the wish to tell a new Angola peacefull and free, but the past is just around the corner.

“When I was young there was a civil war in Angola and it only ended in 2002 when I started to paint. Logically in my first drawings you can see the civil war. In all my works I was representing people in war, sad women, orphans but later, with the time, I decided it was better to forget the past”. “Life goes on" Mampuya repeats a number of times while he’s telling us his story. 

 “Nowadays we live in a society – he went on saying - where there is a lot of pressure. Painting, Music, Theatre, Cinema can help people to cool down, to relax. After an hard work day going home, you can look at your picture on the wall and feel good getting lost in the fantasy the artist has created for you. Painting is giving people a fantasy.”



While his wife is feeding his last son, the third one, Mampuya shows us his huge house that in few months will become a Personal Art Gallery.

"In Angola - is Mampuya's conclusion - artists are free to express themselves but there are no Art Schools, just few Art Galleries and no people who want to invest money in this field.”

 Helping Art to find its sunny place in Angola looks to be Mampuya's future challenge in order to sensitize people understand the importance of culture for the growth of a society.



giovedì 7 marzo 2013

Lo Sturm und Drang angolano



“Dalla raiva, la rabbia, possono nascere cose buone”. A dirlo è  Muamby Wassaky uno stilista di moda, pittore, artista plastico angolano che fa parte di un movimento di giovani che a Luanda cercano attraverso l’arte di esprimere i loro sentimenti e le loro frustrazioni. Muamby somiglia a Bob Marley nei tempi d’oro. E’ alto e porta con stile i suoi capelli rasta, lunghi,  annodati dietro la nuca. Le sue creazioni nascono da un’opera di sperimentazione dove il gusto della tradizione, le stoffe africane e i nuovi tessuti si incontrano e si fondono dando vita a pezzi unici.


Muamby non ha un posto dove vendere, ma uno dove creare si e si chiama Elinga Teatro. Questo posto è una delle fucine più vibranti per giovani artisti con qualcosa da dire piano o a gran voce, ma sempre in modo creativo. Musica, danza, teatro, pittura, scultura trovano all’Elinga un punto di incontro. Inaspettatamente gestito da un consigliere del Presidente angolano, anch’egli artista, un drammaturgo, questo luogo pieno di fascino all’interno di un palazzo di epoca coloniale, si trova nel cuore della città, stretto fra i cantieri delle nuove costruzioni che la stanno  strangolando. 


La “raiva”, per essere tutti figli di una eterna guerra civile, per aver perso familiari o pezzi di corpo sopra le mine, per non avere scuole dove formarsi alla tecnica dell’arte, per non riuscire a mantenersi con il proprio lavoro, qui trova espressione sui muri, nei murales dove la protesta si fa leggere e si fa guardare, sul soffitto da cui pendono impiccati di cartone, dalle opere pittoriche e dalle maschere tradizionali rivisitate con pezzi arrugginiti di carri armati e ferraglia di guerra…


In questo ambiente ha trovato uno spazio creativo Muamby. Qui, nel suo atelier di fronte al mare taglia, cuce, dipinge e si fa conoscere.
La madre voleva che facesse l’agronomo e lo mandò a studiare a Cuba nel 1974. Quando tornò in Angola nel 1992 era tempo di guerra e nel momento in cui si trattò di fare esperienza sul terreno, “i campi erano pieni di mine” racconta lui stesso. 


Nel 1997, sempre inseguendo i sogni di sua madre e non ancora il suo, entra nel corpo forestale, ma subito si rende conto di non essere soddisfatto. Comincia a creare oggetti con le bucce del cocco. Nell’atelier c’è una borsetta di cocco fatta da lui 15 anni fa, non è in vendita, gli ricorda da dove ha iniziato. Comprava cocco e faceva sculture, busti, borse. Andava per strada e raccoglieva materiali buttati via. 


Nell’atelier è conservata una porta in vetro dell’Hotel Tropico, completamente ricoperta di pittura. “Demmo vita a una mostra chiamata “Porte aperte”. Era l’inizio di questa avventura creativa. Le sue opere si vendevano, così decise di lasciare del tutto l’agricoltura. Anche nel settore dell’arte però Muamby si accorge che è molto difficile. 


Ci sono artisti “ufficiali” conosciuti e sponsorizzati dal governo, fare breccia non è facile. E’ da lì che inizia a cucire, a fare qualcosa di diverso, a creare vestiti, forse ispirato dalla mamma, sarta, alla quale “ruba” la prima macchina da cucire. E’ il 2001 e lui è totalmente autodidatta.  Nel 2002 fa il primo defilèè di moda e nel 2003 presenta una sfilata a Moda Luanda. E’ un evento internazionale e vince il premio che lo fa conoscere. Non smette più di dedicarsi alla moda. Nel 2005 vince un altro premio e oggi è stato ingaggiato dalla TV privata Zimbo per creare i costumi di una miniserie sulla Rehina Nzinga, eroina angolana del 1600, che andrà in onda il prossimo anno. Lo abbiamo intervistato nel suo atelier, che da qui a poco si trasferirà negli studi televisivi della Zimbo.

La tua arte ti fa sentire libero?

Si, mi piace fare quello che faccio. Essere artista è essere libero, è sentire questa libertà di esprimersi.

Quali sono state le principali difficoltà incontrate per esprimere la tua arte.

Molte. Primo, non avere una formazione nel settore, non avere i materiali per confezionare i vestiti, non avere accessori. Altro problema è vendere i prodotti. Qui si trovano molti vestiti già fatti. I miei vestiti sono più cari. Non ho un luogo dove vendere, ho un posto dove cucire, ma non dove vendere. Le persone non hanno l’abitudine di comprare cose fatte su misura.

Nel Teatro Elinga i giovani artisti possono esprimere liberamente il loro dissenso, la loro rabbia?

I giovani hanno sempre qualcosa contro, il male è quando non possono esprime la loro rabbia. Per me l’Elinga è come un laboratorio dove tirare fuori quello che si ha dentro.
Qui c’è un gruppo organizzato di persone. Il direttore di questo spazio è il consigliere del Presidente per i discorsi. E’ un drammaturgo. Da una parte segue una via istituzionale, dall’altra usa questo luogo come uno spazio sociologico dove esprimere e far esprimere.
Io penso che ognuno abbia il suo modo di esprimersi, ma in molti non vogliono vedere, criticano solo, chiudono gli occhi di fronte a certe realtà. 


Gli artisti con la loro rabbia portano cose buone, la loro furia è una protesta, per esprimere quello che hanno dentro, perché le emozioni devono uscire. Le emozioni sono relative, possono essere buone o cattive ma dipende dal momento.
In Angola questo è un momento di cambiamento ma ancora c’è un “freno” alla libertà di espressione, ancora le cose non sono del tutto cambiate.
E’ un momento ancora difficile per chi vuole esprimersi. Una manifestazione espressiva molto forte non è accettata, i giovani non vogliono equilibrio, vogliono fare. Ma chi li vuole “equilibrare” deve capire che i giovani hanno bisogno di un sano equilibrio, altrimenti la rabbia esplode e non si veicola nel modo giusto.

Di cosa hanno bisogno i giovani angolani oggi?

I giovani devono passare attraverso una cura, una terapia. Siamo passati attraverso la colonizzazione, la guerra civile e ora sono solo dieci anni di pace. Come? Con una terapia che aiuti la mente. La terapia è come far passare la fame. Se non mangi ti senti debole. Un individuo che è debole nella mente resta debole anche nel corpo. E’ un momento in cui dovrebbero cominciare davvero a fare qualcosa per i giovani.

Se per un giorno potessi essere il Ministro della Cultura cosa faresti per aiutare i giovani attraverso l’arte?

Li aiuterei a prendere coscienza del malessere, direi alla gente di rendersi conto che c’è un male, che si sta male, che occorre vedere la realtà, che non si può nascondere tutto sotto un ombrello.
L’arte è qualcosa che è dappertutto, è un’espressione popolare, l’uomo è già un’opera d’arte, l’arte fa aprire la mente, fa delle proposte, ha la capacità di far ragionare. L’arte aiuta a comprendere il prossimo.


Muamby poi ci mostra un quadro che definisce come “la mia forma di esprimere la protesta per come Luanda sta cambiando”. Il quadro rappresenta un insieme di palazzi alti che non lasciano spazio al cielo e che danno “difficoltà di respirare” ai cittadini. Una città che sta perdendo la sua personalità per colpa di persone che non danno importanza all’arte, alla storia e alla cultura. Con questo quadro Muamby esprime la sua protesta, la sua raiva.

venerdì 1 marzo 2013

GOMA: APRIRE GLI OCCHI SULLA TRAGEDIA DEI RIFUGIATI



Ricevo e con grande piacere ospito nel mio blog sull'Africa questo accorato appello lanciato da alcuni colleghi giornalisti attivi sul campo a GOMA dove si sta consumando una immane tragedia umanitaria nell'indifferenza generale.

DICO BASTA AL SILENZIO DELLA STAMPA ITALIANA SU CIO' CHE "I POTERI FORTI DEL MONDO" FANNO ALL'AFRICA

Il comunicato che segue è di Andrea Dominici da GOMA

Goma: Repubblica Democratica del Congo dove mi trovo in questi giorni con i miei compagni di viaggio  Miriam  ed Enrico con cui stiamo lavorando al nostro progetto Kubunina.


A pochi km dalla città infuria una guerra terribile sponsorizzata dai poteri forti  del mondo…

I villaggi sono stati incendiati dai ribelli, donne e bambine violentate, uomini uccisi.

Tutto per avere il controllo dei giacimenti minerari, principalmente il Coltan che è colui che fa funzionare tutti i nostri smart phone  oltre che tantissimi altri apparecchi tecnologici: un business immenso e globale davanti al quale pare che la vita umana perda ogni valore.

Nelle provincie congolesi del Nord e Sud Kivu ci sono attualmente 1.700.000 rifugiati nei campi: persone scappate dai loro villaggi percorrendo centinaia di chilometri a piedi avendo perso tutto e con immagini di orrore nei loro occhi.


Il campo delle immagini è uno dei tanti, a pochi km da Goma, circa 15.000 persone senza nessuna assistenza, niente acqua, niente servizi igienici, niente vestiti, praticamente niente cibo da settimane.

La stagione delle piogge è cominciata e inizia a fare freddo.

Le persone che abbiamo incontrato nei campi vivono la loro terribile sofferenza con una dignità incredibile, ci hanno raccontato le loro storie drammatiche.

Dopo un po’ mancano anche le lacrime per piangere...

Tutto ciò di fronte all’indifferenza del mondo .

Andrea Dominici

giovedì 28 febbraio 2013

Italiani senz'anima, angolani senza... equa distribuzione!




Mentre l'Italia esce da queste ultime elezioni più zoppa di prima e il resto del mondo commenta sarcastico i risultati elettorali, l'Angola non perde occasione per fare dell'ironia e dall'organo di stampa del regime, il Jornal de Angola, si lancia in descrizioni colorite dei nostri politici definendoli "robot senz'anima o manipolatori" e della nostra politica "antidemocratica".

Viene dunque voglia (fra mali comuni il gaudio, quello sì, è equamente distribuito), di guardare alla situazione interna di chi ci giudica. E' un po' come la storia del bue che dice cornuto all'asino.

Basti su tutto analizzare il leit motiv dell'ultima campagna elettorale dell'eterno presidente angolano, Josè Eduardo Dos Santos: "A crescer mais e a distribuir melhor". 

A onor del vero sul lato della crescita, nulla da dire, finchè a tirare è il petrolio. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Sonangol, la petrolifera locale, per il 2015 è previsto il raggiungimento dell'obiettivo di produzione pari a 2 milioni di barili al giorno, il che farà dell'Angola il primo produttore di petrolio in Africa. 

In quanto al "distribuir melhor", distribuire meglio le risorse è il secondo ben più complesso obiettivo che il presidente angolano, alla guida del Paese da 34 anni, si è dato. 

Su questo la domanda che in molti si sono posti è: come fare?.  

Due assunti sono assolutamente chiari a tutti, e ancor più agli analisti, fra questi il professore associato all'Università cattolica di Luanda, Alver Da Rocha, quando afferma dalle pagine di Africa21 di questo mese (mensile lusofono di politica e economia africana) che 

"il modello attuale di accesso alle risorse, alle rendite e alla ricchezza è stato studiato in modo tale che la rendita petrolifera abbia una distribuzione a carattere politico/familiare che ha determinato in Angola la nascita di una classe sociale minoritaria di cittadini molto ricchi che non intendono spartire i loro patrimonio con nessuno". 

Questo modello di sviluppo, basato esclusivamente sul petrolio, rende molto difficile la diversificazione dell'economia, quindi la nascita di una classe media e imprenditoriale e con essa l'aumento di posti di lavoro qualificato che porta con se salari più alti e di conseguenza anche una migliore distribuzione delle ricchezze.

Tutto questo in Angola non c'è. La diversificazione dell'economia è ancora fatta solo a parole e l'offerta di lavoro è esclusivamente di tipo informale e di bassa qualità.

Niente diversificazione, niente creazione di nuovi impieghi, niente aumento dei salari e così le rendite vanno a ingrassare quella piccola élite che concentra nelle sue mani potere politico ed economico, lasciando il "distribuir melhor" lettera morta, da qui a tempo indefinito! 



giovedì 14 febbraio 2013

L'ipocrita indignazione

Luanda: una donna cammina nel fango a Mota dopo due ore di pioggia

Ancora una volta l'Africa si fa riconoscere per la violenza efferata che è in grado di sviluppare.

Un video di due donne picchiate per aver rubato, forse, una bottiglia di champagne in un supermercato di Luanda, fa il giro del mondo e d'un tratto ci si indigna, ci si ricorda dell'Africa. Video delle due donne aggredite

"Cada um reconhece a sua Africa" scriveva Pepetela, autore angolano, bianco, nel 2009, parlando della sua terra, l'Angola.

Cada um vuole vedere solo quello che più si adatta ai suoi occhi. L'Africa violenta, tribale, arretrata, terra da educare e depredare. L'Africa minorenne, sregolata, incapace di rispetto, di civismo, bestiale, animale, cattiva. L'Africa da tenere lontana dagli occhi ma vicina alle tasche.

L'Africa che fa indignare è una terra complessa dove non si vive, si sopravvive. Una terra che trasuda vergogna, quella di chi l'ha sfruttata prima, i bianchi e di chi la sfrutta adesso, i neri. Quelli dell'elite, quelli potenti, quelli che hanno in mano i soldi e il potere. Quelli che in coro con gli europei si indignano quando due donne sono picchiate, brutalmente e ciecamente.

Così dalla Radio Nacional de Angola si sentono commenti di deputati, ministri, professori locali che dicono "dovremmo prevedere nel bilancio dello stato fondi per la salute mentale degli angolani". E via cori di applausi ai Ministri, "bravi". "Croissant al popolo" diceva qualcuno nella vecchia Europa. "Psicologi per il popolo", dice qualcuno nella nuova Angola. 

E mentre gli esperti si domandano alla radio come risolvere il problema della violenza a Luanda, il "mata bicho" è l'unica preoccupazione di migliaia e migliaia di persone che prima dell'indignazione, del rispetto, della civile convivenza, devono pensare a "matare il bicho", a uccidere il mostro della fame. E' così che qui si chiama la colazione del mattino, è tipica l'espressione "hoje sou sim mata bicho". Oggi non ho ancora mangiato. 

A pancia vuota si diventa cattivi. Quando fuori piove due ore e nel barrio si finisce nel fango, si diventa cattivi. Quando la città prende forme diverse, si allarga in nuove piazze, si alza in ennesimi grattacieli, si colora di luce ma nel tuo barrio, il fango ti affoga, la luce "falta", il lavoro non c'è, la fame è un bicho da matare, una bottiglia di champagne, presa per gioco fra le mani, come si farebbe con un oggetto marziano, diventa una buona ragione per "spancare" per picchiare con la forza della rabbia cieca, con la forza dello stomaco "vazio", vuoto.