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mercoledì 1 luglio 2015

Angola and the struggle between peace and democracy




Myself between children in Sambizanga - Luanda

After almost four years in Angola I’m very close to leave this country for good. 

When I first came here I tried to get a press visa in order to carry on with my job of investigating the different ways human beings use to live despite the difficulties due to either environmental or governmental issues.

I failed, most likely because this is not a very free press friendly country and that’s also why I decided to open this blog where I started publishing several stories from Angola reaching roughly  30 thousand page views in three years. 

In my blog I published stories related to a population that gained its independence from the Portuguese only 40 years ago and after that went through a violent civil war to decide who would have ruled the country, a war lasted 27 years, finished in 2002.

So far the Angolans have been in peace for only 13 years and this, as a matter of fact, is a post-war country still facing all the consequences linked with this status.

The consequences of the war are still affecting the population: landmines are disseminated in the countryside; thousands of people moved to Luanda, the capital, to look for a better and safer life and now are stuck in unhealthy slums; the great plantations of coffee and cotton were abandoned and all the industries, such as the sugar refineries, have been shut down leaving thousands of families without any chance to survive. 

The civil war also left the heritage of a dominant party system (MPLA) that is ruling the Country since 1975, with that "paternal way of ruling" that so much is appreciated by those whom are part of the dominant élite and by their internal and external stakeholders.



Nowadays the Mpla-isme, even if it is hard to say,  compared with the extreme instability spread all over the african continent, looks as one of the few ways to rule a Country that most of all wants to keep its hardly gained peace.   



Unfortunately, wherever we look in Africa: Libya, Tunisia, Egypt, Sud Sudan, Burundi, Somalia, Nigeria, Eritrea, just to mention a few Countries, we will easily find instability, refugees, illegal immigration, ethnic wars, religious issues, terrorist attacks, Isis, Boko Haram, Al Shabaab, and so on. 

As a foreign correspondent in Gaddafi’s Libya and as a witness of the end of that regime and bearing in mind what is going on since Gaddafi died, I’m wondering what will happen in this country if Josè Eduardo Dos Santos, the president of Angola reelected in the 2012 presidential election, who leads the Country since 1975, will do a step out to give room to the different voices from the opposition parties and from the civil society?

I am wondering what should be the costs of introducing in such a Country, by force from the outside or with a revolution from the inside, a real Democracy and a real multi-party system, not just one almost fake as the one in Angola nowadays.

This is a Country that  is clearly making its confidence grow and, after 500 years of colonialism, 27 years of civil war, is still savouring the taste of freedom and the one even sweeter given by the peace gained in 2002.  

So the question is: what does matter the most, is it the peace they are keeping even under an amount of "collateral social costs" or our idea of what a democratic country is? 

What I’ve learned here is that even though this is not the land of perfection and even though there’s an unfair distribution of wealth and even though here what is a basic human right, it is believed a privilege for an Angolan, for most of the angolan population a safe life, without weapons, blood and death, is more desirable than anything else. 


So today the reality is that Angola is one of Africa's major oil producers and a member of oil cartel OPEC since 2006. Most of angolan GDP comes from the oil sector, most of its oil is exported to either China or the United States. 

The country, which is also rich in diamonds, phosphate and iron is developing infrastructures and facilities in all its most important cities but, despite all these valuable resources, most of its population still live in poverty. This is something the Angolan economic partners and  international stakeholders must bear in mind when it comes the time to sign agreements with  Mr Dos Santos, because in Angola what is definitely needed now is  a real governmental commitment to change , but hopefully in the smoothest way possible.

venerdì 4 aprile 2014

Oggi è pace in Angola da 12 anni



Adao mi sta conducendo da un condominio di Luanda a un altro dove devo portare a passeggio e dare la "pappa" al cane di un collega partito per il "fin de semana prolongado". E' lungo questo week end perché in Angola oggi si festeggiano i 12 anni di pace. 

Vivendo qui ci si dimentica a volte, anche se certe realtà te lo ricordano spesso, come gli arti mutilati di tanti giovani, che in Angola fino al 2002 si combatteva una guerra fratricida e se la guerra è di per sé una catastrofe, quella fra fratelli, fra connazionali, lo è ancora di più.

Adao, che oggi appare nostalgico e ha uno sguardo un po' triste, mi racconta che in tempo di guerra i genitori lo avevano messo in un internado a Luanda, un collegio, per non rischiare di morire nella Provincia di Malanje, dove la guerra impazzava. 

Così oggi, che Adao è di servizio, fa l'autista, mentre guida in una città semideserta mi racconta di tante notti che ha passato chorando, piangendo, in quel collegio, pensando a sua mamma, a suo papà e ai fratelli che erano rimasti in Malanje. 

Ha una sua versione dei fatti su ciò che accadde dopo la cacciata dei portoghesi, ad opera di tre gruppi armati, l'Mpla, l'Unita e l'Flna, gli stessi che poi si contenderanno il potere in una guerra durata 35 anni.

Di questi anni racconta così un testo sulla pagina web dell'ambasciata angolana in Italia. 


"L’ indipendenza arriva l'11 novembre 1975 in una situazione di guerra civile tra MPLA e gli altri movimenti nazionalisti FLNA e UNITA. Agostinho Neto diventa il Primo Presidente; alla sua morte lo sostituisce Josè Eduardo dos Santos. Per anni il movimento filo-occidentale UNITA combatte contro quello filo-sovietico MPLA. La guerra continua incessantemente fino al 1989, quando Cuba ritira i propri soldati. Altrettanto fanno tutti gli altri paesi che hanno appoggiato l'una o l'altra parte.

Malgrado l'azione dell'ONU e gli accordi di pace, (Accordo di Bicesse), sottoscritti a Lisbona nel maggio 1991, il conflitto perdura. Nel 1992 vengono indette elezioni che vedono l'MPLA vincitore.

Nel 1994 viene firmato il Protocollo di Lusaka che porta ad un governo di unità nazionale, almeno nelle intenzioni. Nel 1998 riprendono gli scontri e l'ONU ritira il contingente di pace (1999). Le forze governative lanciano un'offensiva distruggendo gran parte della capacità convenzionale dell'UNITA, obbligando le forze di Savimbi ad un ritorno alle attività di guerriglia.

Il 22 febbraio 2002 Savimbi, il leader storico dell'UNITA, viene ucciso dai militari governativi. 

Il 4 aprile 2002 viene firmata a Luanda la pace tra le Forze Armate Angolane (FAA), rappresentate dal generale Armando da Cruz Neto ed il generale ribelle Abreu Kamorteiro. Movimenti guerriglieri sono ancora presenti nella regione del Cabinda, che lottano per l'indipendenza della regione."

Così, mentre passeggio il cane del collega sotto il caldo sole del mezzogiorno equatoriale penso a quanta vita passa in un lasso di tempo di 12 anni. Per quanto mi riguarda la nascita di due figlie, il trasferimento in quattro città e tre paesi, la morte di un suocero, la pubblicazione del mio primo libro, l'andare e il venire di amici e parenti. 


Per quanto invece riguarda Adao e chi come lui ha vissuto gran parte della sua giovinezza in guerra, quanta vita passa in un lasso di 12 anni, quanti sogni, quante speranze, quante cose realizzate, quante invece solo sognate quel primo 4 aprile e ancora oggi non ancora ottenute?

La pace è un gran risultato, lo leggo negli occhi di Adao che ogni tanto tira sospiri come di sollievo, ma per i suoi 6 figli e per le sue 3 mogli (c'è poco da meravigliarsi gli angolani amano molto e si riproducono di più) questi anni hanno portato assai poco. 

"Os governantes tem tudo para eles".  Chi governa, si lamenta Adao, non pensa al popolo e mentre lo dice sfiliamo davanti alla casa di un Ministro, affianco c'è quella della figlia del Primo presidente dell'Angola e poco prima quella di un membro della famiglia dell'attuale presidente. 

Parcheggiate in bella mostra davanti alle loro ville ci sono macchine da centinaia di migliaia di dollari, quattro, cinque, a volte di più e tanti uomini che le lavano, altri che tagliano le aiuole, si occupano di fare la guardia a tanta "roba" e ad Adao, che fa l'autista e nel giorno della pace angolana lavora, non resta che dare a tutto questo uno sguardo sconfortato e godersi perlomeno quello che da dodici anni sembra ancora reggere, la pace. 




giovedì 6 giugno 2013

JOSE' EDUARDO DOS SANTOS: intervista in esclusiva dopo 22 anni

Il presidente angolano durante l'intervista rilasciata alla SIC

Dopo più di vent' anni, il presidente angolano rompe il silenzio, e rilascia alla TV portoghese SIC, nel corso del Jornal da Noite delle 20 locali, l'intervista che mancava, "la grande intervista". 

Josè Eudardo Dos Santos, uno degli uomini più potenti del mondo, ha raccontato in esclusiva a Henrique Cymerman i rapporti con Portogallo, Brasile, Cina, gli investimenti angolani all'estero, i semi della guerra e della pace, la ricostruzione, le diseguaglianze sociali. In quaranta minuti di intervista ben preparata e dai toni pacati e distesi il presidente Dos Santos ha delineato il passato e il futuro dell'Angola. 

Il giornalista della SIC Henrique Cymerman durante l'intervista

A 11 anni dal cessate il fuoco l'Angola descritta da JES è un paese in ricostruzione che cresce dell'8% l'anno. Un Paese che ha buone relazioni con tante nazioni. 

Parla di Israele, il presidente affermando che le relazioni che ha con l'Angola sono eccellenti e basate sulle grandi opportunità di affari legate ai settori della difesa, della sicurezza, della formazione del personale dei corpi di polizia. 

In quanto al Brasile, Eduardo fa affondare le radici delle buone relazioni con il paese sudamericano nel passato storico e nella comune lingua. "Dal Brasile - spiega -  sono venute grandi imprese di costruzione, energia, trasporto, parliamo la stessa lingua, abbiamo avuto lo stesso colonizzatore, dall'Angola sono partiti verso il Brasile molti schiavi che hanno contribuito a formare la nazione brasiliana". 

L' amicizia col Brasile, continua il capo di stato angolano, ha portato imprese forti come la Odebrecht, che dai tempi della guerra hanno dato grande apporto alla ricostruzione agendo nelle aree dell'industria, dell'agricoltura e della formazione di quadri.

In quanto alle relazioni di amore e odio con il Portogallo, ex-colonizzatore dell'Angola, con 200 mila portoghesi presenti nel paese, il presidente afferma che "le relazioni difficili sono superate". Il quadro dei rapporti Angola-Portogallo viene definito di  "amicizia e comprensione anche se ci sono ancora sacche di reminiscenze del passato".

In particolare il presidente angolano lancia un aperto invito ai portoghesi a recarsi in Angola perché "qui - spiega - abbiamo bisogno di personale formato e ben qualificato". 

Il discorso verte poi sugli investimenti angolani in Portogallo, in particolare quelli avviati dalla petrolifera locale, la Sonangol, visti in modo positivo da Dos Santos.

Sul rapporto con la Cina che riceve dall'Angola la metà del petrolio che estrae il presidente spiega " abbiamo fatto ricorso a questa cooperazione dopo la fine della guerra, quando la Cina ci mise a disposizione molto denaro per la ricostruzione". 

Ricorda poi l'incredibile opera sviluppata in soli 3 anni fatta dai cinesi, la costruzione di una città satellite con 20 mila appartamenti per una capacità di 200 mila persone che oggi sorge a soli 20 chilometri dal centro città. Sull'argomento case il presidente angolano approfitta della televisione portoghese per ribadire che il suo obiettivo è raggiungere il milione di appartamenti nei prossimo cinque anni. 

Sulle sfide future, la risposta dell'angolano è "formazione qualificata, mantenimento della stabilità politica, creazione di condizioni per la crescita economica e sociale". Il come è presto spiegato "l'Angola punta allo sviluppo dell'agricoltura e della produzione mineraria, sulla crescita dell'industria di trasformazione, sulla diversificazione". L'obiettivo è mantenere nei prossimi anni  i livelli di crescita dell'economia angolana che viaggiano sopra il 6% annuo. 

Sugli obiettivi sociali nessuna incertezza, torna il leit motiv dell'ultima campagna elettorale del rieletto presidente angolano  "vogliamo distribuire meglio la ricchezza e eliminare la povertà,  formare quadri nazionali e rendere competitive le nostre aziende"

La domanda arriva immediata: ma non preoccupa il gap fra ricchi e poveri? La risposta è secca "si tratta di un problema dibattuto in tutto il mondo, anche in Europa, la politica del nostro partito è combattere le diseguaglianze. Abbiamo il problema del sottosviluppo - continua JES - che però ci viene dai tempi delle colonie e si traduce in povertà". 

Il presidente inoltre si dice preoccupato di questo indice, ricordando che raggiunge il 35 - 36% della popolazione. "La povertà - sottolinea - sta soprattutto nelle persone che vivono nelle periferie delle città e nelle aree rurali e noi per combatterla vogliamo garantire la crescita dell'economia e ridistribuirla meglio con una buona politica fiscale".

Seguono domande scomode, ma le risposte sono sempre pronte e sintetiche. 

La corruzione?
JES "La corruzione esiste in tutti i paesi e non so se un giorno riusciremo a vincerla anche se abbiamo politiche contro la corruzione come il miglioramente dei salari, il rafforzamento di alcune istituzioni come il tribunale dei conti"

L'instabilità sociale?
JES "Non abbiamo secondo me instabilità sociale in questo momento. Il governo è sempre preoccupato dei problemi sociali e si occupa di salute, di rete scolare, gli alunni fuori dal sistema sono meno del 20%, di programmi di assistenza a bambini in difficoltà, agli anziani, agli  handicappati".

Le proteste dei giovani?
JES "ci sono giovani che protestano ma non sono mai più di 300, sono fenomeni molto localizzati"

Il rischio di una primavere araba angolana?
JES "Non penso che ciò che accadde con la primavera araba possa succedere qui. Ci hanno provato subito dopo la Tunisia, l'Egitto e la Libia.  La gioventù voleva fare grandi manifestazioni e usarono la rete sociale sul web ma la verità è che non arrivarono, non riuscirono perché c'è la convinzione che si sta lavorando in un modo positivo"

Le mine? 
JES "L'Angola è uno fra i Paesi più minati del mondo, era comparata alla Cambogia, con più di 6 milioni di mine sul territorio nazionale. Abbiamo un programma di sminamento dal 2003. Senza questo è impossibile la ricostruzione nazionale, tutta la linea ferroviaria era minata, lo stesso le strade, i ponti, i campi nelle zone agricole. Il 1' programma di smistamento ci è costato 100 milioni di dollari, le nostre forze armate sono state impiegate nello sminamento, oggi ci sono zone sminate dove si può tornare all'agricoltura, il processo va avanti". 

L'intervista si chiude sulla domanda che riguarda la transizionel. Eduardo Dos Santos, secondo leader africano da più lunga data,  pensa di lasciare?

"Si certo - dice -  Se ne parla nel mio partito, ma prima cosa occorrerà trovare un leader che possa sostituirmi nell'MPLA". 

Che farà dopo presidente?
JES "Forse scriverò memorie, ma io ho una fondazione e amo lo sport, sono un uomo di sport prestato alla politica"