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martedì 17 novembre 2015

Seventeen activists charged with rebellion today in Luanda


After months of detention 17 young Angolan activists were charged today in court in Luanda with rebellion against the government. Their fault, according to the court, is they organized a reading of a US academic's book. In fact, the book they were reading back in June when the police captured them in Luanda is Gene Sharp's 1993 essay From Dictatorship to Democracy: A conceptual Framework for Liberation. The book compiles 198 nonviolent methods of action to combat dictatorial regimes.
That in the Angolan regime of president Eduardo Dos Santos was believed enough to arrest those readers on charges of planning a putsch.

Charges read out in court today included also "acts of rebellion, planning mass civil disobedience in Luanda and producing fake passports". The activist's lawyers defense told the freedom of speech was protected under the constitution.

During these last four months of detention, while a number of activists were on hanger strike, human rights groups across the world accused Angola's president Eduardo Dos Santos of using the legal system to crack down on critics after several activists were detained this year.

Dos Santos has maintiened peace since the end of the civil war in 2002 and overseen rapid economic growth. But his opponents also say he uses a well-funded military and patronage from oil sales to keep a grip on power. 

martedì 15 ottobre 2013

Angola: una questione di tempismo e matematica...

Bambini a Mota - Luanda

Mentre percorro le strade infangate e sporche di Mota, un quartiere povero di Luanda, la radio manda in diretta nazionale un discorso del presidente della repubblica angolano Josè Eduardo Dos Santos

E' il messaggio di apertura della seconda Assemblea Generale della terza legislatura di questo paese uscito dalla guerra civile nel 2002, pronunciato martedì mattina nella capitale.

Sono passati più di dieci anni da allora e le parole del presidente continuano a battere, come per ogni suo intervento pubblico, sull'importanza della pace. "La situazione è stabile e la pace si sta consolidando" afferma Dos Santos che continua sottolineando come occorra "recuperare il tempo perduto con la guerra". 

Solo in seconda battuta il presidente si sofferma sul problema "dell'ingiustizia sociale". Mentre lui ne parla io la vedo scorrere davanti ai miei occhi. 

Bambini che escono da scuole buie e senza finestre fatte di fango e paglia, donne che fanno la coda con le loro taniche gialle all'unica fontana pubblica del quartiere aperta solo qualche ora al giorno, di qualche giorno del mese. 

"L'ingiustizia sociale - va avanti il presidente fra gli applausi dei deputati - è un problema inerente a questa fase storica della nazione", "ma la speranza - dice convinto - di un futuro migliore per tutti gli angolani è forte".

Parte poi citando una serie di cifre riguardanti l'economia e la finanza, la crescita del prodotto interno lordo nazionale e mondiale, le fatiche dei Brics, la crisi dell'Europa, i dati del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, fino a citare, non senza un tono di rammarico, quelli inerenti il settore petrolifero che ha fatto in questo ultimo anno registrare una crescita "pari solo al 5,6%, molto bassa rispetto alle stime che davano un tasso di crescita della produzione petrolifera pari al 17,7%". 

Poi, sempre mentre davanti ai miei occhi scorrono le immagini di strade senza fognature, di scuole fatiscenti, di centri di salute dove non manderemmo neanche i nostri amici animali domestici a curarsi, Dos Santos afferma che "l'esecutivo si sta occupando di consolidare, oltre alla pace anche lo sviluppo" e da qui l'elenco delle percentuali di popolazione con accesso a acqua potabile, sistema elettrico, sistema fognario, sistema scolare, merenda scolare, sanità pubblica che nel complesso si aggira intorno al 50% della popolazione

Mentre torno a casa e bloccata nel traffico vedo sfilare sulla Samba con le loro sirene e la scorta le macchine dei deputati fino a poco prima chiusi in assemblea, penso che, sarà pure un problema di tempismo, ma aver ascoltato quel discorso proprio mentre attraversavo una favela, lo fa sembrare retorico e falso, e penso anche che, è vero, con i numeri non sono mai stata brava, ma a me sembra proprio che qui, ancora una volta, qualcuno continui a non raccontarla giusta!

martedì 4 giugno 2013

Angola rosso Cina

La centralidade di Kilamba Kiaxi a Luanda costruita dei cinesi in cambio di petrolio

Sul dominio cinese nel mondo pubblica allarmato Atalsweb, rivista online di politica internazionale: 

"Con l’acquisto di aziende, sfruttando le risorse naturali, la costruzione di infrastrutture e dando prestiti a tutto il mondo, la Cina sta perseguendo una forma morbida ma inarrestabile di dominio economico. Le risorse finanziarie sostanzialmente illimitate di Pechino consentono al paese di essere una forza in grado di cambiare le regole del gioco sia nel mondo sviluppato che in quello in via di sviluppo; una situazione che minaccia di cancellare la competitività delle imprese occidentali, uccidere i posti di lavoro in Europa e in America ma anche di far dimenticare gli abusi sui diritti umani in Cina”.

Questo dominio è più che evidente in Angola dove già a un primo colpo d'occhio spiccano cantieri targati Cina, fattorie di Tofu, ristoranti con lanterne rosse e tanti, tanti cinesi costantemente al lavoro.

"Sono bastati 14 anni alla Cina per diventare la prima potenza commerciale del pianeta - scrive Carlos Pinto Santos dalle pagine del mensile Africa21  - Nel 2009 ha raggiunto il posto di primo partner economico dell'Africa e secondo dell'America latina".

Secondo dati recenti il commercio cino-africano ha raggiunto la cifra straordinaria di 200 mila milioni di dollari. Solo 3 anni fa questa cifra raggiungeva i 10 mila milioni.
Il segreto? Elevatissime riserve finanziarie e imprese, sia pubbliche che private, che esportano mano d'opera più o meno qualificata verso l'Africa.

La politica del "going out", inaugurata con estrema lungimiranza dal Presidente cinese Jang Zemin nel 1999, ha fatto delle Cina una delle prime potenze commerciali al mondo. 

La vecchia Europa, spaventata e arrancante, lontana dai tassi di crescita di Africa e America latina, parla di "nuovo imperialismo" e, forse giustamente, si preoccupa di questa potenza "predatrice" pericolosa per la democrazia, i diritti umani e l'ambiente. Ma l'Africa, piena di Paesi non più "in via di sviluppo" ma in via di forte crescita, si domanda perché non dovrebbe fare ricorso agli investimenti cinesi, in cambio delle sue materie prime, per recuperare il suo ritardo e il suo deficit di infrastrutture?

E' questo il sistema: infrastrutture contro petrolio. Almeno in Paesi come la Nigeria e l'Angola. 

In quest'ultima in particolare la Cina dal 2005 ha investito circa 6 milioni e mezzo di dollari, di cui 5 milioni nel settore immobiliare con la costruzione delle famose "centralidade". Si tratta di città satellite che il Presidente Dos Santos presenta come le nuove case per il popolo. Interi quartieri di palazzi alti 10 piani a trenta chilometri dal centro città. La centralidade di Kilamba Kilaxi, dove oggi stanno andando i cittadini "sfrattati" dalle baracche del centro città, è costata ufficialmente 3,5 milioni di dollari, tutti sborsati dalla Cina in cambio di petrolio angolano. 

Solo nello scorso mese di maggio l'Angola ha esportato 1.83 milioni di barili di petrolio al giorno. Metà di questo petrolio è esportato verso la Cina. 

Ancora la Cina è il primo partner commerciale dell' Africa dal 2011, davanti a Francia e Stati Uniti. Secondo dati ufficiali diffusi dal governo cinese sempre nel 2011 erano 160 mila i cinesi residenti in Africa, ma fonti ufficiose sul territorio africano parlano di altre cifre, comprese fra 600 mila e 1 milione di cinesi in Africa. 

Non a caso il nuovo presidente cinese Xi Jinping ha scelto l'Africa come primo continente da visitare, lo scorso aprile, dopo l'incarico ricevuto, per spiegare le grandi linee della strategia economica cinese per i prossimi dieci anni. L'ha fatto passando per la Tanzania e finendo a Brazaville.

Un'amore quello cino-africano ben spiegato da una economista dello Zambia, Dambisa Moyo, che in un suo libro del 2009 dal titolo " Dead Aid: why aid is not working - There is another way for Africa", da all'Europa e agli Stati Uniti una bella lezione sull'etica degli aiuti. 

"La Cina - spiega la giovane donna - vuole la precedenza nell'accesso alle risorse minerarie e alle materie nei paesi in cui queste sono abbondanti, come in Africa. Per questo - continua - promuove l'entrata di capitali nel continente - prestiti e investimenti in infrastrutture. Questo - scrive l'economista africana - stimola il commercio, l'imprenditorialità, crea posti di lavoro  e promuove la competitività". 

In poche parole per gli africani il modello cinese offre alle loro economie opportunità reali di crescita che il sistema degli aiuti all'Africa non è mai riuscita a creare. Far parte dell'economia globale e diventarne motore è una cosa nuova per l'Africa continente che, da sempre predato, ora sta diventando predatore!